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La mini rivoluzione – seconda parte
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09-02-2011
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La mini rivoluzione – prima parte
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08-29-2011
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08-03-2011
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Pericolosa. Ma, se da un lato la minigonna stava riscuotendo un successo enorme, dall’altro rimaneva un indumento malvisto. Una parte dell'opinione pubblica, la più conformista, la condannava. In Italia ci furono episodi di denuncia nei confronti di ragazze che indossavano la gonna troppo...
La mini rivoluzione – seconda parte
admin
Pericolosa.
Ma, se da un lato la minigonna stava riscuotendo un successo enorme, dall’altro rimaneva un indumento malvisto. Una parte dell'opinione pubblica, la più conformista, la condannava. In Italia ci furono episodi di denuncia nei confronti di ragazze che indossavano la gonna troppo corta. Il quotidiano la Stampa, in un articolo di Nicola Adelfl del 1967, ne parlava come di un oggetto di attrazione sessuale e ne prevedeva il declino (mai avvenuto). In Paesi come la Francia addirittura la polizia, ripresa dalla stampa, dichiarò che favoriva la violenza sulle donne e il ministro dell'istruzione Alain Peyrefltte chiese il ritorno dell’uniforme scolastica con gonna lunga. Anche la Santa Sede prese una posizione critica nei confronti di questo capo simbolo, in quanto era ritenuto disonorevole per la donna. Addirittura venne vietato l’accesso ai Musei Vaticani e alla Basilica di San Pietro’ alle donne che indossavano gonne al di sopra del ginocchio (tra le persone respinte, nel 1969, ci fu anche la principessa, e ora regina del Belgio, Paola Ruffo di Calabria). La Santa Sede prese posizione anche nei confronti della pubblicità.
In Italia, fu contestata quella della lambretta, dove Jean Shrimpton sedeva sullo scooter con le gambe scoperte, sfidando il comune senso del pudore. Persino nel mondo della scienza ci furono i contrari alla diffusione della minigonna: alcuni medici spiegarono che questo indumento poteva essere causa di reumatismi e futuri problemi circolatori. Ma la mini continuava ad avere successo, anche perché simboleggiava la nuova libertà femminile, rispetto alle censure e alle ipocrisie. La riduzione degli orli aveva non a caso seguito i momenti dell'emancipazione femminile nel Novecento. Negli anni ‘20 le gonne aderenti dell'epoca del charleston segnarono in maniera provocatoria la fine della crinolina, la scomoda sottogonna rigida. E negli anni ’50 l’orlo si era ridotto fino al ginocchio, perché c’era l'esigenza di un abbigliamento funzionale per le nuove generazioni di donne. E negli anni ’60 la minigonna fu un vero segno di emancipazione e una drastica rottura con la moda tradizionale.
L'orlo, segno dei tempi.
Non a caso incarnò la voglia di emancipazione e ribellione soprattutto dei giovani, nonostante la condanna di genitori benpensanti che la consideravano un indumento spregiudicato, sfrontato, senza vergogna e decisamente troppo sexy. Giornali e rotocalchi avevano coniato il termine di ragazze ye-ye (ragazze vuote e frivole) per definir le giovani ribelli, spregiudicate e disinibite nel modo di vestire e comportarsi.
Un grissino per modella
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Per le ragazze il modello era Lesley Hornby, un tipo di bellezza opposta al modello della donna “maggiorata” di moda fino ad allora. Magrissima e dal fisico androgino, venne soprannominata Twiggy (il termine si può tradurre in legnetto o grissino). Contribuì al “lancio” della minigonna e divento un mito: il Daily Express la consacrò “Volto del ’66". Le ragazze copiavano il suo taglio di capelli e, come lei, truccavano gli occhi con una riga di matita nera e applicavano lunghe ciglia finte, nel tentativo di imitare i suoi “occhi da cerbiatto”.
Non solo. «Tutte le donne dell’epoca dovevano indossare la minigonna, qualunque forma avessero le gambe... Era davvero un diktat... Anche la regina ha dovuto “rivedere” gli orli. Ciò dimostra quanto la mini si stata tiranna!» racconta Pamela Church-Gibson, docente al London College of Fashion.
In Gran Bretagna, la minigonna fu persino al centro di un caso di evasione fiscale. Il sistema di tassazione dell'epoca, infatti, prevedeva un’imposta indiretta sull'acquisto di abiti per adulti, esentando quelli per le minigonne, pur essendo un capo per adulti, con le loro lunghezze (che variavano tra35 e 50 cm) risultavano nella fascia non rasata...
Rivoluzione Birmana.
Oggi, a quasi cinquant'anni dalla drastica risalita degli orli, «la donna può esprimersi attraverso il corpo e sedurre con uno strumento quale l'abbigliamento» dice Vanni Codeluppi, docente di comunicazione all'Università di Modena e Reggio Emilia. «Se negli anni ’60 la minigonna non avesse rotto le convenzioni, oggi non sarebbe possibile vestire come si vuole ed essere liberi di esprimere la propria personalità». Ma la mini non ha perso la sua carica. Basti pensare che nel tradizionalista Myanmar, dominato dai militari, nonostante il recente insediamento di un governo civile, le ragazze si stanno emancipando anche indossando minigonne al posto degli abiti tradizionali lunghi fino alle caviglie. Il giornale governativo The new light of Myanmar ha tuonato contro le “culture aliene decadenti come gli abiti discinti”. Ma il fenomeno non si ferma.
(A cura di Focus)
02 settembre 2011
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