Derinkuyu, lite tra venditrici ambulanti.

Scritto da Pierluigi.

Qualche anno fa da Istanbul abbiamo preso un autobus che ci ha portato nel cuore della Cappadocia. Questo luogo magico e spettacolare ci ha assorbito completamente per alcuni giorni con la sua bellezza inusuale. Di questo non vorrei però parlare ora, ma invece vorrei raccontare della giornata in cui abbiamo visitato la vicina città di Derinkuyu. In questo piccolo centro si trova infatti l’ingresso di una delle più famose e grandi città sotterranee della Turchia. Queste città, risalenti al periodo degli Ittiti, sono state usate nei secoli dagli abitanti del luogo per trovare rifugio durante le frequenti invasioni nemiche, anche i primi cristiani che popolavano queste terre di frontiera le hanno usate spesso per nascondersi. La visita alla città sotterranea è una esperienza incredibile, chilometri di gallerie che scendono nella terra, attualmente sono visitabili i pirmi 8 livelli ma si pensa che ci siano almeno 20 livelli sotterranei, molti ancora da liberare. La città poteva ospitare fino a 50 mila persone, con le scorte di cibo e gli animali domestici. Camminando tra gli stretti passaggi pensavo a quanti innumerevoli tesori cela la Turchia, questo paese così ricco di storia e di cultura. Usciti al sole di agosto dopo aver esplorato gallerie e cuncoli, stavamo cercando di riabituarci alla luce del sole quando alcune grida hanno attirato la nostra attenzione, due donne che cercavano di vendere piccoli souvenir artigianali stavano litigando per qualche motivo a noi sconosciuto. Il tempo di scattare una foto e già la lite era terminata, ogniuno tornava alle sue occupazioni e anche noi turisti ci apprestavamo a lasciare questo piccolo paese nel mezzo dell’Anatolia, per ritornare verso il paesaggio fatato della Cappadocia.


In macchina per le strade del Gujarat (India)

Scritto da Flavioski.

Dopo tanti giorni non ho ancora capito chi ha la precedenza: chi e più grosso, chi e più prepotente o chi suona più forte. Si va avanti a colpi di claxon, viene usato al posto del freno, dell'acceleratore, nelle città un rumore assordante!!! Dietro a tutti i camion, coloratissimi, c'e' scritto "please horn"...Ma la vera regina della strada e' la vacca: lemme lemme, cammina nel traffico più caotico o nelle autostrade, incurante di tutto: ogni tanto si ferma a mangiucchiare qualcosa e prosegue non si sa per dove. E i motorini? Qua il padre guida mentre parla al cellulare, dietro due o tre bambini, e per ultima la madre in sahri che allatta il bebè strada facendo. Pero' pensano di essere automobili perché occupano tutta la corsia e non si spostano di fianco quando li vuoi sorpassare... A parte i soliti tuk tuk ci sono degli strani camioncini tirati da motociclette, tutti dipinti e con le trombe scintillanti: versione indiana motorizzata dei carretti siciliani... Sempre stracarichi di persone appollaiate una sull'altra. Per la strada incontri: mandrie di bufali neri e coperti di fango che ti girano intorno guardandoti con occhi languidi prima di farti passare, carri trainati da cammelli o da buoi, greggi di capre, famiglie di zingari che si spostano sui loro cammelli: di traverso sul dorso hanno un letto girato al contrario e sopra le caprette (che probabilmente si mangeranno per strada..) e i loro bambini. Pellegrini con stendardi rossi e oro che si faranno chilometri a piedi per raggiungere chissà quale tempio. E poi quelle meravigliose macchie di colore che sono le donne indiane con i loro sahri. E i pastori di bianco vestiti, larghi pantaloni, una strana giacchetta plissettata e un grosso turbante. E campi di cotone con i loro fiocchi. E campi di riso maturo che bellissime ragazze in sahri di tutti i colori tagliano ancora a mano con il falcetto, e campi arati ancora con l'aratro trainato dai buoi. E le donne che vanno al pozzo a prendere l'acqua e tornano con una camminata elegantissima e i vasi sulla testa che brillano al sole. Oppure portano le fascine o l'erba da dare agli animali. E i villaggi dove ancora fanno i sacrifici degli animali.... Arriviamo nel Kuchch e le donne non hanno più il sahri, ma meravigliosi vestiti: corpetto di raso di colori brillanti incastonato di specchietti, gonne lunghe a fiori, scialli di altri colori, enormi gioielli d'oro o d'argento e tre o quattro orecchini per lobo...che è diventato enorme! E i mille templi pieni di fedeli vestiti a festa. Non si può dormire in macchina: ho paura di perdermi qualcosa. E gli incontri più straordinari: un piccolo tempio in mezzo agli alberi ai quali le donne avevano appeso, come offerta, centinaia di sahri multicolori che sventolavano al vento. Indimenticabile. La gente e' amichevole: "namaste', where are you from, your name?" ti sorridono, ti salutano, e....vogliono fotografarci col loro cellulare e farsi fotografare insieme a noi! I turisti qua sono ancora bestie rare. E poi i monumenti: tutti visti senza un turista occidentale, e' un'altra cosa! Il meraviglioso Tempio del Sole di Modhera, i pozzi a gradini, le moschee. Tralasciamo il meraviglioso tempio di Palitana, che, dopo aver scarpinato per 3300 gradini sotto la pioggia (3300 anche a scendere, che non e' uno scherzo..) abbiamo solo intravisto in mezzo alle nuvole.. E i palazzi dei maharajah trasformati in alberghi, ma qua sono molto delabre' (va forte l'art deco') e nella villa di campagna di uno di questi, dove eravamo gli unici ospiti, l'ottantacinquenne maharajah ha pranzato con noi e ci ha intrattenuto con appassionanti avventure di caccia e dei tempi passati. Ma soprattutto ci ha offerto la birra!!! In tutto il Gujarat non si bevono alcolici!!!! L'unico neo di questo meraviglioso paese... Ora siamo ad Ahmedabad, la capitale, tornati nel mondo civile....un po' di confort non mi dispiace... Domani a Delhi a scatenarmi nello shopping!


La magia del Botswana

Scritto da Maya54.

Attraverso piste impolverate,in una natura incontaminata e drammatica, tra alberi spogli e contorti, siamo finalmente arrivati al campo del Savuti, nel parco del Chobe in Botswana, dopo ore massacranti di jeep. Cosa mi spinge ogni anno a queste latitudini? Quando da noi arriva l'estate, il richiamo di queste terre desolate arriva puntuale e la nostalgia prende il sopravvento. E' il famoso Mal d'Africa, difficile da definire a parole, si sente e basta. Non è facile ritrovarsi in questa terra inospitale resa ancor più impegnativa dalle freddi notti dell'inverno australe, ma le emozioni che vivo solo qui, il rosso impagabile e unico dei tramonti, ma soprattutto il contatto così ravvicinato con questa natura selvaggia mi ripagano di tutti i disagi e la fatica sparisce come per magia. Scarichiamo le tende e i bagagli: hanno cambiato colore, tutto è polvere, non si salva niente. E' molto faticoso appena arrivati dover predisporre subito il campo; vorrei sgranchirmi le gambe, pulirmi, ritrovare sembianze più dignitose, ma tra poco sarà buio e tutto dovrà essere pronto per la notte. Piantare la tenda, fare il fuoco, pensare a preparare un piatto caldo con i pochi mezzi che abbiamo a disposizione.. Siamo in mezzo al bush, circondati da tutti gli animali d'Africa! Qui nei parchi del Botswana non ci sono recinti, cancelli, fili spinati, ostacoli che impediscano in qualche modo il contatto diretto con qualunque animale voglia venire a trovarci questa notte come le altre. Siamo loro ospiti. La notte tra poco ci avvolgerà con i suoi rumori e fruscii misteriosi che ci faranno trepidare. Bisogna assolutamente rimanere nelle tende, non uscirne per nessun motivo, queste sono le regole. Gli animali non entrano in tenda, proprio non se ne curano e anche gli elefanti le evitano con tranquillità e lentezza, come fossero dei grandi massi. La luce fioca della torcia ci aiuta a prepararci per la notte, il sacco a pelo di piuma è rassicurante, appena fa buio la temperatura cala drasticamente. Gli uccelli notturni che gracchiano alla luna improvvisamente tacciono allorché si alza il tipico verso della iena, quasi una risata irreale che rompe il silenzio. Trattengo un po' il fiato, quasi per non fare troppo rumore. Non ho paura, mi dico che non c'è niente di pericoloso, ma l'emozione è forte. Qualcosa sfiora il telo della tenda, sembra quasi di avvertire il fiato caldo di una bestia al di là del sottile velo; la suggestione ha il sopravvento, forse non sarà solo una, ma 3, 5, 100! Non so quanti e quali esseri si aggirano intorno.. All'improvviso si scatena il finimondo e posso solo ascoltare gli schiamazzi di una rissa furiosa tra bestie che lottano per qualcosa di fondamentale, il cibo per la sopravvivenza. Iene e licaoni si affrontano per il possesso di un piccolo impala che forse era corso verso il nostro campo nella speranza di salvarsi la vita. La nostra guida scruta tutto da una piccola finestrella di osservazione della sua tenda; per chi invece come me deve stare al buio dentro la propria, non è semplice mantenere la calma con questi urli penetranti. Ringhiate feroci e latrati laceranti si alzano nel campo riempiendolo di inquietudine. Tutti tacciono, in attimi che non hanno fine. La lotta esaurisce la sua forza, le iene con possenti guaiti cedono la preda e lasciano il campo, riprendendo forse la caccia altrove. In lontananza ricominciano i misteriosi, ovattati, brusii della savana e il canto smorzato di un uccello notturno. La notte africana torna quieta, in attesa della prossima trepidazione.


Due ragazze a New York

Scritto da Girolandia.

All'inizio di Ottobre 2005, la mia amica Ali si connesse con il seguente status: "voglio andare a NY chi viene con me"? Io non ci pensai due volte, e le risposi subito "vengo io". Non avevo ancora nemmeno il passaporto, ma il 5 novembre eravamo sull'aereo che ci avrebbe portato nella grande mela. Il problema più grosso, siccome erano i giorni della maratona, fu trovare un albergo. Lei passò da un agenzia e le spararono cifre folli dai 200 euro a notte, perché il resto era tutto esaurito. Fortunatamente io in quel periodo con internet me la cavavo decisamente meglio e trovai una camera ad un prezzo molto più abbordabile. Ci misi tre giorni per convincerla che non si trattava di una fregatura solo perché si trattava di una vendita su internet. Come sono cambiati i tempi in soli sei anni! Fu così che con il nostro inglese scolastico ci ritrovammo catapultate in quel mare di luci, suoni e odori nuovi, e dopo il frastornamento iniziale ci rendemmo subito conto di non trovarci in un posto qualunque. New York era il posto dove le cose succedevano, dove viveva gente proveniente da qualsiasi parte del mondo. In quei giorni feci il primo esperimento di live blogging, poiché in albergo c'era il wireless gratuito, cosa che in Italia era ancora fantascienza. In uno slancio di entusiasmo poi scrissi anche un post dall'aereo, perché la Lufthansa in quel periodo forniva uno dei primi servizi wi-fi on board. Stavo pensando che in effetti è un peccato l'aver chiuso quel blog dove era pubblicata tutta questa roba. Pertanto, per quei 2-3 pazzi a cui può interessare, ho deciso di incollare qui sotto i post di quel viaggio. Auguri.

Domenica, 06 novembre 2005

Non esistono parole. Troverò le parole. Ho portato il portatile. Principalmente per emergenze lavorative, poi per scaricarci le foto che nella mia scheda altrimenti ce ne stanno solo ottanta e poi perchè sull'aereo doveva esserci adsl flat e volevo scrivere il post più "alto" del mondo. Alla fine in aereo l'adsl non funzionava (spero ancora nel volo di ritorno), però ho felicemente scoperto che in hotel c'è la connessione wi-fi superveloce totally free. Qui a New York stanno avanti, non ci sono storie. Ho deciso che sfrutterò questa connessione per raccontarvi la giornata prima di andare a dormire. Così risparmio soldi di telefonate e tempo di e-mail alle amicizie varie. L'aeroporto di Genova è minuscolo, la città e il porto sono stupendi. Il volo fino a Monaco con l'aereo a elica un po' meno stupendo. I quaranta minuti di tempo scarsi tra un volo ancora meno (dove è il gate, oddio il passaporto, ho fame, ti sembra il momento?, un altro controllo del passaporto, la perquisizione, lo zaino perchè lo ripassano, corri corri che è tardi). In aereo, durante le nove ore di volo, oltre ad aver mangiato come un tacchino ripieno, ho trovato il tempo per vedermi Pulp fiction, leggermi tutta la guida intera di new york, guardare una puntata della Sirenetta in inglese, e ascoltare il canale tre di Lufthansa radio dove il dj mette su Mozart, Bach e Beethoven spiegando i brani uno per uno e lodandoli che neanche fossero l'ultima boy band del momento. Quel libro? Non ho avuto il coraggio di chiudere il cerchio. E poi l'atterraggio. Al JFK airport. Nove terminal, da solo è grande come il paese in cui abito. Incuranti delle raccomandazioni di chi ci ha indirizzato verso i sessanta dollari di taxi, sprezzanti del pericolo e temerarie come non mai, ci siamo avventurate sul trenino da cinque dollari che porta alla metropolitana. Erano le otto di sera ora locale, da quelle parti non si vedeva un mezzo turista. Sembrava di essere sul set di Sliding doors. Tutto tranquillo, comunque. Ma il momento indescrivibile è quando riemergi dal sottosuolo. Quando sali gli ultimi gradini della fermata della metro in pieno centro di Manhattan. Mi sono sentita una formichina, giuro. Subito dopo ho avuto la sensazione di assomigliare a una bambina che spalanca gli occhioni e a bocca aperta si guarda intorno come la prima volta che vede il mare. Ovunque a me solo grattacieli sopra i quaranta piani. Di fronte c'era Macy's il megastore di vestiti firmati più grande del mondo. Più grande di Harrod's a Londra. Alle mie spalle l'Empire state building con la sua punta sbrilluccicante (esiste sbrilluccicante? no? prendetelo come un neologismo, che rende meglio l'idea). All'angolo tra la 34 e la 8 il nostro albergo. Camera al 23esimo piano. La skyline. Quando mi sono affacciata alla finesta le gambe andavano per i fatti loro. Qui è tutto oversize. Anche i letti, due letti da una piazza e mezzo. Per ora ci stiamo larghe, speriamo comunque di mantenere la nostra linea. Se facciamo come stasera sarà dura. Appena arrivate, abbiamo subito inaugurato il mac donald qui di fronte con un cheeseburger. Ora qui sono le 23.15 (ora italiana le 5.15) e me ne vado a dormire, la stanchezza del viaggio inizia a farsi sentire.

Lunedì, 07 Novembre 2005

Questa cosa del fuso orario è allucinante. Sono le sei del mattino, fuori è buio pesto e per la mia testa è mezzogiorno. Alinixa ronfa di brutto, beata lei. Io non ci riesco. Qua sotto, nonostante l'orario, c'è un casino pazzesco. Immaginatevi che razza di traffico c'è se dal ventitreesimo piano sento le macchine come se fossi sul marciapiede. Ieri sera sono rimasta cinque minuti a guardare le auto che passavano. Per la metà sono composte da taxi gialli, uguali a quelli di De Niro in "Taxi driver", poi ci sono le macchinone che qui si vedono solo nei film, e altre che in italia non sono ancora uscite. New York è così, ti imbamboli a guardare le cose, finchè una folata di vento che neanche la bora di Trieste, ti fa indietreggiare nonostante i diciotto chili di valigia che dovrebbero tenerti ferma. Dicevo, è difficile dormire. La polizia quando passa con la sirena accesa sveglierebbe anche un morto. Ci credo che poi qua ai poliziotti tocca fare degli inseguimenti infiniti, avvisano i criminali che stanno arrivando già otto isolati prima. La popolazione qui è strana. In fila al jfk per il controllo del passaporto ho visto una grande varietà di razze tutte insieme, che non avrei mai pensato di vedere accostate. Gli italiani casinari, il lord inglese col cappello, la coppia tedesca impassibile e superorganizzata, la donna indiana con la tunica, i giapponesi supertecnologici, i rapper neri. Questi ultimi costituiscono almeno la metà della popolazione Newyorkese. O almeno, dopo le otto di sera costituiscono la maggioranza di chi popola le strade. Il mio pancino sta reclamando il pranzo e gli devo spiegare che farà colazione solo fra due ore. Mi rimetto a dormire che è meglio, oltretutto ho anche appena ricevuto una brutta notizia. L'euro è appena crollato rispetto al dollaro. Che tempismo.

Martedì, 09 novembre 2005

Qui sono le tre e mezza. Scrivere col buio è più suggestivo. Vi racconto la giornata di ieri, se riesco a farci stare tutto. Tanto la mia compagna di stanza dorme beata, abituata al chiasso del traffico di Genova e non ci sente. Alle otto e mezza colazione da Starbucks, nell'isolato accanto. Mega muffin e mega cappuccino versato nel bicchiere di carta di una coca media, con tanto di cannuccia, così te lo puoi portare in strada mentre ti fiondi in ufficio. Pochissimi si sono seduti a mangiare. Gli altri andavano tutti di corsa, in giacca, cravatta e valigetta, in pieno dandy style. Quando siamo uscite, passeggiando sulla trentaquattresima abbiamo notato una curiosa aiuola decorata coi cavolfiori. Che tipi strani questi americani. Approfittando dell'orario favorevole ci siamo dirette all'Empire state building. Andando più tardi si rischia di fare ore di fila. L'ascensore ti porta al piano 86 di 101, oltre dopo l'11 settembre non è più possibile salire. L'impatto con l'esterno, una volta in cima, è assurdo. Se da sotto mi ero sentita una formichina, da sopra mi sono sentita un atomo. Fa freddissimo lassù, le folate di vento ti piegano in due, ma sei talmente estasiato che non te ne accorgi. Sembra di guardare un plastico, pensi che sia impossibile che tutto ciò sia reale. Quando esci passi attraverso a un negozio carino di souvenir, coi prezzi gentilmente raddoppiati per l'occasione. Che carini, ti fanno anche la foto di fianco a una gigantografia del grattacielo, e poi pretendono di rivendertela per soli quindici dollari. A mezzogiorno in punto siamo andate a pranzo in un posto tipico. Uno di quei ristoranti tipo Arnold di Happy Days, con le due panche poste una di fronte all'altra e il tavolo in mezzo. Di quelli che ti aspetti che da un momento all'altro qualcuno si alzi dicendo: questa è una rapina, fuori tutti i portafogli. Non è successo, però appena uscite abbiamo assistito a un vero inseguimento della polizia. La sirena assordante ha preceduto un taxi giallo guidato da un pakistano che ha bruciato tutti i rossi, e dietro la volante che faceva lo slalom in mezzo alle macchine. Noi due a bocca aperta, “ma come, non si ferma?”, per il resto della popolazione era tutto normale. Poco lontano c'è Macy's il megastore diviso in nove piani di almeno tremila metri quadri l'uno. Calvin klein, Guess, Ralph Lauren, Tommy Hilfiger, North Face, Lacoste, sono solo alcune delle marche che si possono trovare all'interno. I prezzi sono stracciatissimi in confronto all'europa, e inoltre i turisti possono fare la tessera per ottenere un ulteriore sconto dell'11%. La mia carta di credito è stata ricoverata in ospedale, non le era mai toccato di lavorare così tanto. Prenoto un posto accanto a lei per quando leggerò l'estratto conto del mese di novembre. Siamo uscite di lì dopo tre ore di corsa avanti e indietro per tutti e nove i piani. A noi la maratona ci fa un baffo. Dopo una piccola sosta in albergo per appoggiare i sacchetti ci siamo dirette a Time Square. Per rendervi l'idea di questo posto dovete, se possibile, immaginare Piccadilly Circus di Londra, moltiplicato per mille. Facciamo duemila. Nel palazzo di vetro di Mtv stavano registrando una puntata di Trl. Sotto le finestre, le ragazzine in visibilio urlavano per un rapper a noi sconosciuto che nemmeno mi ricordo come si chiama. Dopo cinque minuti è uscito fuori, con dieci guardie del corpo, un ragazzetto nero che non avrà avuto nemmeno diciott'anni, e se ne è andato salendo sopra una ferrari nera di cui io non avevo mai visto il modello nemmeno in fotografia. Lì accanto sorge il maestoso palazzo della Paramount pictures. Di fronte il virgin megastore. Girare per la sezione cd rock da veramente soddisfazione. Tutte le band che in Italia non conosce quasi nessuno, lì hanno il posto d'onore. La sezione indie rock mi ha fatto pensare alla sua omonima da Nannucci a Bologna. Ah, a proposito. Qua Genova non la conoscono, però Bologna si. Non so se sia grazie all'ultimo libro di John Grisham, o per cosa, però è una soddisfazione vedere facce che annuiscono quando gli rispondi alla domanda “Italianeee? Where do you come from??” I commercianti qua parlano almeno diciotto lingue oh. Quando siamo uscite dalla Virgin iniziava a fare buio e ci siamo dirette all'hotel passeggiando lungo la quinta avenue. Qualcuno che sa, mi spieghi perchè da alcuni tombini di New York esce veramente il fumo bianco come nei fim. Tra i veicoli transitati ieri segnalo, lo scuolabus giallo, la camionetta coi pompieri ancorati sopra, il furgoncino bianco fedex identico a quelli di cast away, la limousine bianca lunga come tre macchine normali, e il camioncino bianco dei gelati con dipinta sopra la scritta God bless America. Gli americani sono più nazionalisti dei francesi, la loro bandiera sta veramente ovunque. Se le contavo tutte, quelle che ho visto in giro oggi arrivavo probabilmente a milletrecentocinquanta. Abbiamo cenato alle otto. Alle nove sono crollata mentre scaricavo un centinaio di foto sul pc. E adesso che ci penso, torno a dormire.

Mercoledì, 09 novembre 2005

Stanotte ho dormito. Sono ben le sette del mattino! Vi racconterò la giornata di ieri. Alla fine il consiglio della hostess è stato il più prezioso di tutti. "Quando andate alla statua della libertà, cercate di arrivare lì per le otto, il battello si paga ma i primi cento salgono gratis sulla statua. Se non fate in tempo dovete prenotare la salita per un altro giorno, e ci sono code interminabili." Arrivando presto non abbiamo fatto file, a new york essere mattinieri è importante. Per vedere qualsiasi cosa ad orari non tendenti all'alba, ci sono file paragonabili solo a quella per le montagne russe di Gardaland una domenica d'agosto. Per fortuna col fuso non abbiamo problemi a svegliarci presto. Ma torniamo alla statua. Il molo da dove partono i battelli è popolato di gabbiani Jonathan che seguono le navi piroettando nel cielo. In dieci minuti arriva alla statua, se state nella parte posteriore potrete scattare foto meravigliose alla skyline di New York. L'isola della statua è uno dei posti più sicuri al mondo. Si passa un controllo metal detector con crismi aeroportuali, prima di salire sul battello e un altro prima di salire sulla terrazza. Quest'ultimo ha una tecnologia da base spaziale, mai visto niente di simile. Gli zaini bisogna lasciarli all'entrata, nell'apposito armadietto che ti riconosce l'impronta digitale quando vai a ritirare. Da matti. La statua è basata su intelaiatura simile alla torre Eiffel, e infatti è stata costruita dallo stesso ingegnere. E' alta 46 metri e rispetto a tutti i mega grattacieli ai quali siamo ormai abituate, ci sembra quasi piccola. Dopo siamo passate attraverso la famosa Wall street, la via più popolata di limousine. Abbiamo pranzato in una specie di mensa, tipo la nostra camst, dove vicino c'erano tutti i signori impomatati e incravattati nelle loro pause pranzo da ufficio; mamma mia quanto corrono! Poi abbiamo proseguito a piedi verso il ponte di Brooklin, passando in una strada secondaria ci siamo imbattute nello studio di Santiago Calatrava, uno degli architetti più famosi del mondo. Quello che ha progettato tutta la parte nuova di Barcellona per capirci. All'imbocco del ponte, c'erano un auto dell'FBI, tre auto della polizia, i pompieri, e ci hanno detto "today the bridge is close for safety". Se facciamo in tempo ci torniamo. Chissà che cosa era successo. Proseguendo lungo Park Row, siamo entrate nel negozio di cd più economico di ny: JR. Ce ne sono un'infinità. Mi sono comprata il best of di Morrissey, 21 canzoni bellissime a sei dollari e cinquanta. Minima spesa massima resa. Uscendo da lì ci si imbatte nella chiesa di Saint Paul, e dietro di essa c'è Ground Zero. La chiesa fu un punto di ritrovo in quei giorni tristi di settembre 2001, per chi voleva pregare per i propri cari dispersi. E' ancora tappezzata di foto e di messaggi, stare lì dentro mette una pelle d'oca che non vi dico. Uscendo dal retro si vede il mega cratere. Un totale di metri quadrati di nulla in mezzo a decine di grattacieli. E' incredibile come siano rimasti in piedi tutti gli altri. Camminando a piedi lungo la Brodway si arriva a Soho, il quartiere dove mi piacerebbe vivere. E' l'unico posto dove non ci sono grattacieli, ci sono tantissime gallerie d'arte, il mega apple store, e un sacco di negozi uno più sciccoso dell'altro. Tra questi c'è n'è uno di un artista giapponese, che disegna scarpe e magliette e le vende solo a ny, tokio e londra. Se in google immagini digitate "Bape shoes" o "Bape shirt", vedrete quanto sono carine. Purtroppo sono talmente costose che mi sono accontentata del portachiavi con la scarpina :P Camminando camminando, a un certo punto dico "mamma mia quanti cinesi che ci sono da queste parti! ma che è?" solo cinque minuti dopo ho realizzato.... Chinatown. Senza dubbio è un quartiere folkloristico. Little italy invece è quasi scomparsa, se la stanno assorbendo i cinesi, tutto quello che è rimasto è concentrato in una strada sola. A cena siamo andate in un locale con gli sgabelli alti e gli schermi piatti, sulla trentatreesima. Quando siamo entrate, c'era una canzone degli Interpol. Mentre mangiavamo io e Alinixa, parlavamo di uomini, per la serie tanto qui non ci capisce nessuno, quando a un certo punto il tale del tavolo accanto si volta e fa: where are you from? Italy! Piacere, Giovanni. Ma che vergogna.... Per fortuna se ne è andato quasi subito. Anche noi, alle dieci siamo tornate stanche in albergo, e abbiamo scaricato e ammirato la nostra opera di fotografe. Anche ieri sessanta foto io e settanta lei. Mi basterà l'hard disk?

Giovedì, 10 novembre 2005

Ieri siamo andate al Metropolitan museum. Per arrivarci, siamo passate in mezzo a Park Avenue, una delle strade rese famose dal telefim sex & the city. Qua la gente impazzisce per quella serie. Il quartiere è una roba tipo Parioli elevato al quadrato. Ci sono i palazzi sciccosi che di sotto all'entrata tappetosa e moquettata e lampadariocristallizzata hanno il portiere in uniforme col cappello e i galloni, che ti apre la porta della limousine per farti scendere. Il museo è immenso, che novità. Per andare in giro invece del biglietto ti danno una specie di spilletta con la M di metropolitan, da attaccare ai vestiti. La sezione egizia è seconda al mondo solo a quella del cairo, dentro c'è perfino un tempio smontato in egitto e ricostruito là dentro. Nella sezione americana di artistico non c'è praticamente niente, sono tutti interni di case di inizio secolo ricostruiti fedelmente. Sembra la fiera del mobile in stile liberty. Nella sezione delle armi ci sono le armature dei cavalieri a cavallo, le spade come quella di kill bill, le pistole, e le spade come quella di lady oscar. Una aveva il manico completamente ricoperto di diamanti. La parte più bella è quella dedicata agli impressionisti. Come per la letteratura ho una particolare inclinazione per l'arte francese (cezanne, chagall, degas, serat, monet, gauguin, renoir). Abbiamo inoltre avuto la fortuna di capitare in un periodo in cui c'è una mostra temporanea di Van Gogh. Non è grande come quella di Amsterdam, però ci sono parecchi quadri che là mancavano. L'architetto Calatrava qui ha una sezione tutta sua, con le sculture e i progetti dei ponti. C'è anche il plastico della nuova torre di Ground Zero, lui deve costruire una super pensilina per la metropolitana che passa sotto. Quando entri lì per tutto il tempo hai in testa la parola genio. Quando siamo uscite abbiamo camminato attraverso Central Park. C'è bisogno che vi dica quanto è sconfinato? Dentro c'è anche la pista del pattinaggio sul ghiaccio. Le paperelle se ne stanno negli altri laghetti invece. In fondo inizia la 5 avenue di lusso. Qui le super marche, come Gucci, Prada, Vuitton, non si accontentano del mega negozio come a Milano. Qui ognuna ha il suo grattacielo. Pazzesco. Pensate a quanti milioni di dollari ci possono essere dentro quei palazzi. Pensate al palazzo di Cartier. Il Disney store è in questa strada, se entrate vi saluteranno Pluto e Cip & Ciop. Ah già dimenticavo, qua è pieno di scoiattoli, ce ne sono in tutti i parchi e non scappano impauriti se ci si ferma a guardarli. Vederli mangiare la noce con le zampine è come assistere a un miracolo della natura. Proseguendo a piedi siamo arrivate al Rockfeller Center, un complesso di grattacieli costruiti dall'omonimo miliardario. Nella plaza al centro c'è un altra pista di pattinaggio con la musica e le lucette, è quella che si vede nel film Autumn in New York. Lì dietro c'è la casa d'aste Christie's, sulle vetrine ci sono le foto di alcuni quadri che vendono, compreso Andy Warhol. Alla sera dovevamo andare in un localino a Soho ma la pioggia ci ha fatto desistere e siamo entrate nel vicino Hard Rock Cafè. Quello di Londra in confronto è il bar dove mio nonno andava a giocare a bocce. Non mi aspettavo tutte quelle cose. Questo è un vero e proprio museo del rock, con almeno trecento chitarre, la batteria di ringo starr, gli stivali di Springsteen, il vestito di Elvis, e migliaia di altre cose. Vale la pena farci un giro dentro, anche senza consumare, i camerieri non ti rompono le scatole. Quando siamo uscite sul marciapiede lì vicino, c'erano quattro ragazzini rapper con la loro radio che facevano una dimostrazione. Dovevate vedere che capriole, che salti mortali. Troppo bravi. Dopo siamo tornate a dormire, convinte che la giornata fosse finita. Invece no. Alle quattro del mattino mentre sostavamo nel mondo dei sogni, una sirena impazzita inizia a suonare fortissimo. Avevo talmente sonno che mi sono girata dall'altra parte. Poi dopo due minuti Ali si è alzata dicendo, "non è che è l'allarme antiincendio?" Abbiamo aperto la porta e la scritta rossa FIRE lampeggiava nel corridoio. Ho battuto il record mondiale di mivestoveloce. Ci siamo letteralmente randellate giù per i ventitrè piani di scale, con un totale di persone al seguito. Mi è sembrato di essere veramente in un film. Il vano scale mai usato da nessuno è grigio e polveroso. La fine non arrivava mai. Nella hall c'erano quindici pompieri, in assetto da guerra. Dalla reception il tipo urlava al microfono di stare calmi che avevano già individuato il piano che aveva fatto scattare l'allarme. Il nostro. Accidenti che colpo. I pompieri sono saliti di corsa, ma sono tornati giù prestissimo. Pare che sia stato un falso allarme, non ho capito bene. La hall era piena di persone spettinate in pigiama, discretamente incavolate. Nel mezzo di questa situazione ci siamo sedute al bar, ed è arrivato subito un coreano pazzo coi capelli ricci a fare conversazione. "I'm Jin ho, from Corea!" "Where are you from?" "Italia?" "My name is Gino, i'm looking for my Gina" Immaginatevi come posso averlo guardato alle quattro del mattino spettinata dopo l'allarme incendio. Se ne è risalito immediatamente in camera a testa bassa, tzè.

Venerdì, 11 novembre 2005

Mi sto abituando al fuso. E' l'una e mezza di notte e non sto crollando dal sonno. Ciò significa che quando tornerò sarò in stato confusionale per almeno tre giorni. Stamattina ho vissuto una piccola delusione. Siamo andate alla factory di Andy Warhol, e al posto della suddetta, dopo dodici giri in tondo ci abbiamo trovato un cumulo di macerie e la scritta "here was the last factory of Andy Warhol". Non ci potevo credere. Gli americani sono pazzi, sarebbe come se gli olandesi demolissero la casa di van gogh per costruire un grattacielo. Dopo siamo andate al Moma (museum of modern art). Spettacolare. Sei piani di meraviglie. Specialmente il quarto e il quinto, dove si trovano dalì, picasso, mirò, kandinskj, mondrian. Bisognerebbe avere due giorni interi di tempo per vedere a pieno tutto. Uscendo da lì abbiamo visto una ressa incredibile dentro al negozio di H & M. Ma una roba da non credere, pare che Stella Mc Cartney svendesse la propria collezione. Dovevate vedere un centinaio di donne fare a botte per una gonna o una giacca. Arraffavano tutte inferocite qualsiasi indumento portabile che capitasse loro a tiro, alcune erano arrivate addirittura con la valigia da riempire. Lì fuori a documentare il tutto c'era anche la televisione. Solo a New York ci si può rendere conto della definizione di shopping selvaggio. Anche all'Apple store di Soho c'era un gran caos. Ipod nani dappertutto. Ho preso una custodia che mi hanno chiesto, chiudendomi gli occhi, che era meglio. E' troppo carino però. La giornata è proseguita al Greenwich village. Carina la Washington plaza, dove non si capisce perchè, c'è anche un monumento a Garibaldi. Poco più in là, davanti alla New York university, c'era un picchetto di persone che giravano in tondo coi cartelli e cantavano. Questo quartiere ha un sacco di negozietti con prezzi abbordabili, è uno dei pochi. Leggermente più a sud lungo Mulberry street c'è quello che resta di little italy. Praticamente sono tutti ristoranti, la zona è stata quasi interamente assorbita dai cinesi. Questa sera incredibile ma vero siamo uscite. Dopo una buona cena al ristorante messicano siamo state all'Apt sulla tredicesima. Trattasi di un american lounge bar, con una bella musica di sottofondo. Brent il barista dopo averci detto "buongiorno principessa" come Benigni in "la vita è bella" ci ha offerto da bere. All'inizio non c'era tanta gente ma poi si è popolato di persone di tutti i tipi. Noi eravamo sedute al bancone. Ad un certo punto si sono seduti a fianco tre messicani. Uno fa l'avvocato a new york e si sente fico anche se poverino non si poteva affrontare proprio. "where are you from?" "Italy" "oh very nice, what's your job?" "I'm an accountant, and she is a lawyer" "Me too. I'm a lawyer!" "I like mexican kitchen!! "you like mexican kisses?!? oooh yeahh!" "sèèè buonanotte! KITCHEEEEEN!" "aaaah" "eh! bye bye!" Gli stranieri battono gli italiani negli abbordaggi maldestri dieci a uno.

Sabato, 12 novembre 2005

Stamattina siamo andate in metropolitana fino a Brooklyn e poi siamo tornate indietro a piedi percorrendo l'omonimo famosissimo ponte. Faceva freddissimo oggi, 40 gradi fahrenheit, ovvero circa 4 gradi centigradi. Il freddo pungente ti cambiava colore alle orecchie. A distanza di un km c'è il ponte di Manhattan. La cosa buffa è che vai sul ponte di Brooklyn e siccome ci sei sopra e non riesci a fotografarlo, fai le foto a quello di fronte. Andare sull'altro sarebbe stata una mossa troppo intelligente, che se un giorno tornerò qui, dovrò mettere in atto. Al termine della passeggiata, proseguendo sulla destra siamo passate in mezzo ai palazzi del potere: il municipio, la corte suprema degli stati uniti, il tribunale. Mi sono fermata in una pharmacy a comprare le cinnamon. Qui vendono le big red, quelle che Max degli Offlaga lancia sempre dal palco. Attenzione, la pharmacy non è la farmacia ma il supermercato. E' una delle tre parole indispensabili, diverse dall'inglese all'americano. Le altre due sono: il bagno che non si dice toilet ma restroom e il conto, che non si dice bill ma check. Ora siete pronti per andare al ristorante. Poco più avanti ci siamo ritrovate sulla destra Union Square, e sulla sinistra un negozio di scarpe che vedeva tutto for sale. La piazza non l'abbiamo vista. Poi abbiamo attraversato il village lungo Lafayette street. Un negozio più bello dell'altro, uno attaccato all'altro. Non sono i soliti negozi omologati per turisti, alcuni vendono cose usate, tutte ricercate e mai banali. Ci abbiamo messo tre ore a percorrere quella via. Un uomo poco shopping addicted ci avrebbe messo cinque minuti. Alle due abbiamo pranzato da diner, un posto in cui ci lavora un cameriere che lo chiamano sorriso & simpatia. Mai visto uno più scontroso nei confronti della clientela. Ah già perchè qui c'è da sottolineare un aspetto. Se avete bisogno di qualsiasi cosa e trovate qualcuno che vi risponde con gentilezza, si tratta sicuramente di un immigrato. Se vi rispondono con un grugnito, è sicuramente qualcuno del posto. I newyorkesi sembrano allergici alle richieste di informazioni. Dopo pranzo abbiamo continuato a passeggiare fino alle sei del pomeriggio, ora in cui siamo tornate in albergo. Io e Alinixa abbiamo convenuto che l'attività più bella che si può fare a ny è camminare per la strada e guardare le persone. Potrei farlo per due mesi consecutivi. La sensazione di società plurirazziale che ho avuto in aereoporto si è estesa a tutta la città. Mentre nella prima locazione poteva essere anche una cosa normale, poi è diventata stupefacente. A parte la varietà di esseri umani, la cosa strana sono le coppie. Vedi cinesi con messicani, thailandesi con irlandesi, neri con vietnamiti. Tutti perfettamente integrati nella società. Cosa che da noi non avviene assolutamente. Anche se c'è da dire che il tasso di criminalità da queste parti è assurdo. Ieri abbiamo visto appesa una taglia. Diceva che la polizia offriva dodicimila dollari a chi forniva indicazioni per trovare chi aveva ucciso l'uomo nella foto e poi lo aveva fatto a pezzi e chiuso in una valigia. Credevo che certe cose succedevano solo nei film, da quando sono qua ho capito che solo le invasioni degli extraterrestri e king kong e i supereroi sono cose inventate, tutto il resto purtroppo in questa apocalittica città non meraviglia più nessuno. Come stasera quando uscivamo dall'albergo e ci sono sfrecciate davanti quindici macchine della polizia a sirene spiegate, non abbiamo visto nessuno che avesse nemmeno girato lo sguardo per vedere dove andavano. Poi con la metro siamo tornate a downtown, la parte sud, dove ci sono i locali. Mia cugina mi aveva consigliato di andare alla Knitting Factory, e siccome comprando il giornale degli spettacoli che si chiama "time out" avevamo letto che stasera c'era un gruppone indie (gli okkervil river) avevamo deciso di andare. In alternativa a Time Out, se vi interessano solo i concerti. vi segnalo l'ottimo ohmyrockness.com. Quando siamo arrivate alla Knitting e la cassiera ci ha detto "is sold out" le avrei sputato in un occhio (oh, come mi sono già perfettamente integrata). A nulla è servito dire "I come from italy". Per fortuna al piano di sotto dello stesso locale c'erano altri concerti, e ci siamo viste i Dollyrout e i The Dwarves. Non erano male, e poi per consolarmi mi sono comprata le spillette di tutti e tre i gruppi. Il locale è molto bello, tutta la scena musicale emergente americana passa di qui. La filosofia interna è la stessa del Covo. Per un attimo tra tutte quelle magliette a righe mi sono quasi sentita a casa.

Domenica, 13 novembre 2005

Ieri mattina siamo andate al Guggenheim museum. E' il meno importante dei tre che abbiamo visto, però è composto da una struttura architettonica notevole. Oltre alla collezione permanente con opere di Kandinskj e Chagall c'era una mostra temporanea sull'arte russa. Lenin era raffigurato in almeno quattro quadri. Uscendo da lì abbiamo attraversato la parte a nord di Central Park. Scenari suggestivi da autumn in New York e paperelle sguazzanti nel grande lago facevano da cornice alle centinaia di persone che correvano intorno al parco. Poco lontano c'è la Columbia University, all'interno c'è un giardino molto grande che si può visitare. Il palazzo della biblioteca assomiglia ad un tempio romano con le colonne. Proseguendo lungo Amsterdam avenue ci siamo avventurate verso Harlem, il quartiere dei neri. E' molto caratteristico, le case sono basse e la gente sosta tranquilla seduta sui gradini all'ingresso a fare delle chiacchiere, come nei film. Ci sono un sacco di chiese di tutti i tipi. Quando abbiamo ripreso la metro per tornare giù, non abbiamo calcolato che quella linea parte dal Bronx. Confesso di avere avuto veramente paura appena salite. A parte che eravamo le uniche bianche, ma qui è normale, c'erano certe facce incarognite, che non ti facevano vedere l'ora di scendere. Al pomeriggio siamo tornate a vedere i negozi più belli e abbordabili: vicino a union square consiglio forever 21 e basement, a soho consiglio rat bastard e michael k. Alla sera siamo tornate nuovamente a Soho. L'abbiamo eletto “zona più bella di ny”, in una settimana ci siamo andate ben 4 volte! Abbiamo cenato in un ristorante italiano, il corallo. L'astinenza di pasta iniziava a farsi sentire e così abbiamo rischiato e fortunatamente ci è andata bene. Le penne alle melanzane erano perfettamente al dente. Quando ho ordinato una birra il cameriere mi ha chiesto un documento, non credeva che avessi più di ventuno anni, l'età consentita per bere alcool. Gli ho detto scocciata che “I'm 26” e me l'ha portata. Ad Alinixa, che ha due anni in meno di me, invece del documento le ha chiesto se voleva anche del vino. Robe da matti. Al ritorno abbiamo anche rischiato di farcela a piedi. Questa città ha migliaia di Taxi, ma al sabato sera è quasi impossibile trovarne uno libero. Ci abbiamo messo un'ora, vagando a piedi nella notte buia. Impossibile annoiarsi qua eh! Ora sto facendo la valigia, fra tre ore parte la navetta che va all'aeroporto. E ' piena stipata, però sono stata brava, tutti quelli che conosco che sono venuti qua mi hanno detto che al ritorno hanno dovuto comprare una valigia nuova per metterci gli acquisti da shopping. Metto dentro anche il portatile e vado a fare l'ultimo giro. Bye bye! Ora sono all'aeroporto di Newark, anche qui c'è la connessione wi-fi superveloce. Ne ho approfittato per uploadare le foto. Per arrivare qui dovevamo prendere la navetta, ma non si decideva a passare. Alla fine abbiamo preso il taxi insieme ad un israeliano di Tel Aviv, per dividere la spesa in tre. Parlava un po' di italiano. Durante il viaggio ci ha raccontato che fa il biopsicologo, e che è abituato alle esplosioni che ci sono nella sua città, anche se ogni tanto ha paura per i suoi bambini. Ny è bella anche per questo, tutti ti parlano e ti raccontano la propria vita. Tra mezz'ora c'è l'imbarco. Qui chiudo, ora vado a fare un giretto nel duty free. Mi sono rimasti ben tre dollari e mezzo in contanti. A presto!

Lunedì, 14 novembre 2005

Ore 03.15 italiane, in un punto sperduto sopra l'oceano Atlantico. Non ci si può credere. La tecnologia mi stupisce sempre. Sono qui, sul volo Lufthansa Lh 403 da New York a Francoforte, a diecimila metri di altezza e ben novecento km orari di velocità, e la connessione wi fi mi permette di postare e addirittura di parlare con gli amici. Dove arriveremo non si sa. Signore e signori, ecco a voi il post più alto del mondo! A bordo di una compagnia tedesca non poteva mancare un'ottima birra. Io e Alinixa abbiamo appena brindato, sopra c'è scritto che fa undici gradi. Ci hanno appena portato la cena, dopo spero di riuscire a prendere sonno, che nell'ultima settimana ho dormito in media solo quattro ore per notte. Prima di partire avevo detto che non vi pensavo e invece vi ho postato l'intero diario di viaggio. Non sono affidabile. Mi rifarò questa settimana in cui andrò a letto presto almeno fino a venerdì. Buonanotte a tutti!

THE END


Messico e nuvole la faccia triste dell'America

Scritto da Rasputin.

Quando si arriva a Città del Messico la prima cosa che salta agli occhi, ancora seduti sull’aereo ed intorpiditi da dodici ore di volo, è l’immensa distesa di luci arancioni che forma uno degli agglomerati urbani più popolosi al mondo: venti, venticinque, forse ventotto milioni di persone in un quadrato di 60 km di lato. La sensazione di atterrare in una megalopoli del futuro svanisce quando si tocca terra: distese di case bianche, piccole e basse, si diradano cedendo lo spazio, a seconda delle stagioni, ai prati verdi o gialli al contorno delle piste. Appena si respira fuori dalla cabina dell‘aereo un pregnante odore di chissà quale carburante ti satura l’olfatto, a mano a mano che passano i minuti, pervade i tuoi sensi e ti genera un sottile ma crescente stato di malessere, credi che sia momentaneo, ma poi ti accorgi che è l’aria della Ciudad, la più inquinata del mondo forse, quel sottile velo di mal di testa svanirà nei prossimi giorni con il progressivo acclimatarsi ai 2200 m di altitudine ed ai 4 milioni di veicoli che circolano ogni giorno. Ogni volta che arrivo a Mexico City, ed ormai sono 16 anni che atterro con il volo LH498, ho sempre la stessa sensazione di atterrare su un pianeta lontano ma con molto di famigliare. “Messico e nuvole, la faccia triste dell’America” cantava un famoso astigiano solo che le nuvole non le vedi per mesi interi, si perde la nozione delle stagioni come le intendiamo noi. Ci sono solo due stagioni: quella secca e non piove mai e quella delle piogge e piove tutti i giorni per un’ora, ma per il resto sole. Invece il Messico, la faccia triste dell’America, lo è per tanti versi, fourse e soprattutto perché “così lontani da Dio e così vicini agli Stati Uniti”, sentiti ancora oggi come conquistatori poco discreti ma sempre importanti per lo sviluppo del paese. Noi italiani siamo diversi e siamo visti diversamente: sarà perché anche qui, il nostro primo biglietto da visita è spaghetti mafia e mandolino, sarà perché siamo latini ma non spagnoli – la madre Spagna è sempre stata e rimarrà per sempre matrigna - sarà perché ci precede una fama di lavoratori seri ma dall’arrabbiatura facile, eleganti e donnaioli. Veniamo inizialmente criticati, ma presto accettati e, magari, stimati e quindi ambientarsi è un po’ più facile. I primi mesi trascorsi in Messico sono stati difficili, da un lato la lingua che ti sembra di imparare subito, che è facile da intendere ma che vive di moltissimi doppi sensi e di parole texmex dall’altro le diverse abitudini di vita, il cibo piccante, l’insicurezza sociale che ti forza ad un vita chiuso dentro “gabbie più o meno dorate”: splendide case, splendidi ristoranti, splendidi locali. Il Messico da turista è un’altra cosa, trasmette la stessa lentezza, ti coglie la stessa luce abbagliante, si rimane colpiti dalla bellezza ancora incontaminata della natura, dal mare e dalle spiagge caraibiche, dall’oceano e dalle alte scogliere, dai colori dei mercati, dalla musica per strada, dalle bellezze degli edifici preispanici o coloniali, dalla cordialità della gente, dai sorrisi dei bambini, dal cielo terso o bianchiccio di smog, dal sole bruciante e dalle piogge scroscianti. Il Messico è un paese di contraddizioni, estreme, di ricchezza smisurata e di povertà spaventosa, ma è anche il paese delle potenzialità, è l’America degli emigranti del terzo millennio, i messicani vanno negli Stati Uniti ma tutti dal centro America vengono in Messico sperando di trovare una prima America, certamente più accogliente degli USA per via della lingua, certamente più facile da vivere. Ogni giorno l’operaio, tornando a casa passa a comprare un sacco di cemento e si autocostruisce un pezzo di casa mentre lo stato deve ancora dare le infrastrutture basilari al paese. Spesso noi cerchiamo di capire, di inserire nelle nostre caselle mentali ciò che viviamo in un mondo che è completamente diverso dal nostro, ma alla lunga ho capito che molte volte non c’è niente da capire, si devono accettare le cose, col tempo ci si abitua ai contrasti e si impara a cogliere il meglio. Vivere, viaggiare, lavorare, visitare, verbi che convivono nel mio Messico.